Ieri ho letto in due belle pagine di "Repubblica" sui maestri elementari, un articolo di Jenner Meletti, un breve testo di ElleKappa sul meraviglioso panino della
sua insegnante mangiato durante la ricreazione, e quattro ricordi autobiografici affidati agli scrittori Margherita Oggero, Marco Lodoli, Mauro Corona, Simona Vinci.
Mi è tornato in mente che tempo fa avevo progettato di comporre un testo intitolato (appunto) "Maestri". Stamani l'ho cercato sul computer, scoprendo che lunedì 23 dicembre 2002 avevo
steso soltanto una "Divagazione" introduttiva, intitolandola "Del guardaroba mentale". Tutto qui:
"Avanzano, della gioventù, le consapevolezze che allora non c’erano. Di null’altro adesso conosci il valore, che delle cose non possedute.
E’ la ricchezza dei sogni di allora. Ragazzi, significava invece sentire il senso del limite. Crescere era scontrarsi con l’impossibilità. Desiderare ma non avere.
La febbre della vita brucia nelle regole da rispettare. Dovevamo non scottarci. E scegliere, cercare la via dell’uscita dal labirinto.
C’era a fianco delle nostre parole, in mezzo ai nostri giorni, il gioco delle eventualità, il rimescolarsi delle varianti, l’affacciarsi a trivi e quadrivi. Era vicino a noi, più minaccioso che
confortevole, il guardaroba mentale dove scegliere che cosa indossare.
La volontà respingeva, ogni abito si faceva sentire stretto, come se un panno di cattiva qualità si fosse ritirato ancor prima dell’uso, e deluso c’insegnasse la morale della favola: non sei tu
che modelli il vestito.
Le prove le fanno i sarti, con ago e fili e spilli da puntare. La vita ti offre la carità d’un panno non su misura.
Cerchi il meno peggio tra quelli che sono già confezionati. Uno che abbia sintonia con il tuo modo di leggere la pianta topografica della realtà, dove tutto è disegnato. Tranne le strade.
(Arràngiati, lo ripetono da millenni.)
Ti dicono che ci sono gli orchi, i precipizi, le sublimazioni amorose. Ma devi indovinare dove si nascondono, o fugacemente si mostrano, quando le luci delle giornate favoriscono l’osservazione,
e se soprattutto le apparizioni o le scoperte permettono d’essere annotate con un lapis ormai spuntato, sopra un muro a secco che delimita la corsa e la vista.
Lì hai scritto un appunto, confidando di ritrovarlo ogni volta. Ogni volta che fossi passato. Ma poi diluvia sulla piccola traccia della matita. Oppure si scuotono i mattoni antichi senza più
l’impegno di testimoniare ad altri del loro stare di guardia al disinteresse del viandante.
In quel muro avevi segnato una traccia per percorrere il labirinto invisibile, raccontarti l’itinerario possibile, riposare l’affanno, raccogliere l’unica testimonianza onesta: io ci ho provato,
non è per colpa mia se ora tutto mi sfugge, scusate l’ardire, ma io avevo scoperto che la strada passa di qua.
Non avevo altra bussola che quella del sole. Ma subito arrivarono le nuvole a confondere l’ansia di uscire da un deserto che non c’è, a giudicarmi indocile perché ho firmato il contratto
dell’esistenza ed adesso non trovo le clausole a cui appigliarmi, per preparare la difesa.
Provo a cercare nell’abito che mi hanno consegnato, non so più se all’ingresso in casa o all’uscita di scuola. Ma le tasche sono cucite, e lentamente i calzoni cedono, le gambe s’allungano,
comicamente il panno si restringe.
Non ci sto più. Forse sono cresciuto. Oppure è la cattiva stoffa che ti rende ridicolo. Riprova a cercarne un altro, di vestiti. Ma per andare al guardaroba devi ricominciare daccapo. Il giudice
della gara non azzera il tempo.
Sul taccuino registra le penalità degli errori di percorso. Hai abbattuto ostacoli, dice.
Dov’erano, chiedi. Io non li ho visti, lo giuro. Era notte, o per colpa del sole? Ti deride. Non preoccuparti mugugna: devi proseguire.
Ma il guardaroba dov’è, gli chiedo. Continua, mi ordina.
Così, passo dopo passo, riprendevi a camminare.
Un attimo mi fermo. Per dire grazie a chi non fu giudice di gara, ma maestro per l’intelletto".
Una quindicina d'anni fa composi altri meno impegnativi ricordi poi pubblicati in un volumetto dal titolo "Anni
Cinquanta".
Di lì riprendo il passo sul grembiule, capo di vestiario oggi diventato simbolo politico nelle chiacchiere correnti
sulla scuola, in mancanza di meglio (sotto l'aspetto pedagogico):
"La nostra divisa scolastica era composta di tre parti. Un grembiule nero, un colletto bianco ed un fiocco azzurro. Il colletto era concepito come indipendente dal grembiule. Il grembiule aveva
una sua antica caratteristica oggi per fortuna scomparsa: doveva inevitabilmente chiudersi sul retro. Chi avrà mai inventato questa straordinaria divisa, priva di ogni praticità? L'apertura
posteriore del grembiule ai maschi poneva un problema funzionale, perché in taluni frangenti non coincideva con quella dei calzoni.
Il colletto girava perennemente su se stesso, per cui il fiocco cedeva a posizioni oblique volando da ogni parte, tranne che in quella giusta. Sul petto dalla parte sinistra, infine, la
decorazione della riga doveva indicare la classe che si frequentava. Qualcuno si fregiava della decorazione sul braccio come i militari. E tali forse erano i padri dei figli che così venivano
esibiti.
Il mio grembiule, con quale stoffa fosse stato confezionato, me lo spiegò mia madre pochi anni fa. Era la camicia nera di mio padre. La fortuna volle che io fossi stato soltanto "figlio della
Lupa". Mi avevano dichiarato tale alla nascita, nel 1942. La guerra, con le sue tragiche pagine, mi evitò di salire ai gradi superiori del cursus fascista. Così, non sono mai stato "balilla".
Tuttavia, ho portato in me il segno del passato regìme con il candore dell'innocenza, pari a quello con cui mio padre aveva indossato la camicia nera, obbligatoria per mangiare, quando la tessera
del fascio veniva chiamata la "tessera del pane". Candore che capisco soltanto ora, ripensando che mio padre non ricordava mai "lui", cioè il duce, e che non ha poi avuto nostalgie politiche.
Aveva capìto durante la guerra (penso io), quanto fossero state scioccamente illusorie le sfilate, le parole d'ordine, che nessuno tranne pochi, sul finire di quegli anni Quaranta, voleva
rammentare o riproporre a noi giovani, a conflitto mondiale concluso".
L'immagine che metto in testa a questo post, c'entra (di riflesso) con un altro breve passo di "Anni Cinquanta":
"Il carro funebre che stazionava difronte alla chiesa, dichiarava lo stato sociale del defunto. C'erano "accompagni" di prima, seconda o terza classe, come i viaggi in treno. I più benestanti
offrivano un supplemento di presunta filantropia, rivolto agli orfanelli che, accompagnati dalle suore, prestavano servizio all'inizio del corteo, nelle loro divise con una corta mantellina, come
si vedono anche in certe immagini di Fellini relative però agli Anni Trenta. I maschi anche d'inverno portavano calzoni corti su minuscole gambe arrossate dal freddo. Per primi uscivano dalla
chiesa dopo la funzione, e poi dovevano stazionare immobili, ci fosse il sole o la neve, fino a che si completava il rito del saluto dei parenti, recitando preghiere a suffragio dell'anima del
defunto. Che la pietà con cui le orazioni venivano pronunciate, fosse o no pari alla spontaneità, nessuno può sapere: ma è facile immaginare quanti amari segni abbia lasciato in quei bambini
l'esibizione, oltre tutto frequente, in scenari di dolore che rubavano loro ogni ipotesi di sorriso, instillandogli invece gocce di tristezza supplementare al loro già amaro destino di creature
senza un padre o una madre.
Altri poveri passavano per il Borgo San Giovanni, salendo dall'arco d'Augusto alla Caserma Giulio Cesare lungo la via Flaminia, nel pomeriggio, all'ora della distribuzione del rancio. Portavano
in mano una gavetta militare ed indossavano abiti la cui abbondanza, rispetto al corpo che ricoprivano, denunciava la provenienza in gesti caritatevoli di soccorso. Era una fila lunga soprattutto
d'inverno, costituita in prevalenza da persone anziane che s'affidavano alla pietà dello Stato che non aveva altri modi per intervenire. I Comuni, per l'assistenza sanitaria ai "bisognosi",
rilasciavano un documento su cui, a scanso di equivoci, si leggeva: "Tessera di povertà". Un Commissario prefettizio di Rimini, in quegli anni, rifiuterà la domanda per una dentiera, allegando un
consiglio: "Se non può mangiare, inzuppi del pane nell'acqua"."
Tornando all'immagine. Non ho trovato la scena del funerale di "Amarcord" di cui parlo nel testo. Mi sono accontentato del solenne cortile del ginnasio liceo "Giulio Cesare" che fu
frequentato anche dallo stesso Federico Fellini. Ed a cui io da ragazzino non volli iscrivermi per il
terrore che da quella scuola emanava in città.
Post scriptum. Un maestro universitario da me ricordato sul web è il pedagogista Giovanni Maria Bertin.
[Anno III, post n. 282 (659), © by Antonio Montanari
2008]
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Domenica 14 settembre 2008
"Lo storico Nevio Matteini dice che tentò a più riprese di guadagnarsi la fiducia dei massoni
romani, ma con scarsi risultati...". Nel capitolo dedicato ad Alessandro Cagliostro, nella sua storia d'Italia del Settecento, Indro Montanelli ha destinato ad una notorietà internazionale lo
studioso Nevio Matteini (Rimini 1914-1992) per il suo saggio del 1960 dedicato a Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, ora riproposto (settima ristampa) dalla Città di San Leo con prefazione di
Annio Maria Matteini, figlio dell'autore.
"Chi fu Cagliostro?" si chiedeva Nevio Matteini. La sua risposta è chiara: si trattava di un "povero essere psicopatico e
gravemente minato nel fisico".
Il giudizio nasce dalla documentazione raccolta: i rapporti ufficiali del castellano di San Leo al presidente della legazione d'Urbino. "Inquietissimo", Balsamo manifesta le "più scandalose
smanie" non moderate neppure dall'uso del bastone.
Che alla fine dei suoi giorni, incarcerato e malato, Cagliostro esplodesse in siffatto comportamento, non meraviglia. Ciò che stupisce ancor oggi è tutta la sua vita precedente. Per una complessa
serie di circostanze, essa diventa qualcosa che (forse) Cagliostro non fu.
Il 7 aprile 1791 Cagliostro è condannato a morte. Papa Pio VI lo grazia e lo fa rinchiudere nel carcere di San Leo. Da questo momento l'uomo vecchio, quel Giuseppe Balsamo nato nel 1743 a
Palermo, si trasforma in simbolo di tante cose, a volte speculari e contrapposte fra loro (il libero pensiero e l'oscurantismo ecclesiastico), a volte lontanissime dalle grandi questioni
intellettuali, come il ruolo di sua moglie Lorenza Feliciani.
E' lei che fa la prima denunzia contro il marito nel 1789. A Parigi i rivoltosi hanno preso la Bastiglia. A Roma le spie covate in famiglia collaborano al sistema politico ecclesiastico basato
sulla delazione e sul sospetto, trionfante dalla Controriforma in poi.
Balsamo ha viaggiato per l'Europa spacciandosi per il conte Alessandro Cagliostro. Lorenza è romana, una popolana di Trastevere, "avida di denaro, di lusso e di piaceri", la racconta Matteini.
Secondo Cagliostro, la moglie si era mossa contro di lui a causa delle mene della corte di Francia.
Cagliostro confessa di averla fatta nuotare nell'oro, e di averla portata a sedere a fianco delle più superbe dame delle alte corti. Ma non può essere stata lei a tradirlo, si consola: soltanto
perché non "acuta di mente", lei è stata la prima vittima di qualche seduzione.
Certo è che la bella Lorenza amava la vita. Arrestato il marito, seduce il cappuccino incarcerato con lui, un teologo svizzero in procinto di diventar vescovo. Condannato a dieci anni, lui riesce
ben presto a liberarsi dai ceppi della legge, forse nel gennaio 1793 (quando avviene a Roma il linciaggio del giornalista Hugo di Bassville, segretario dell'ambasciata francese), per finire fra
le braccia accoglienti di lei.
Come osserva Matteini, alla fine la Chiesa di Roma fece "di un avventuriero che mirava solo a mungere quattrini, un martire del pensiero".
Di recente un amico mi ha mostrato una pagina inedita di Aurelio Bertola (marzo 1788) che parla di Cagliostro: "... straordinario
uomo; straordinario veramente, giacché senza una gran ragion, senza gran ricchezza, senza gran sapere, senza alcuna amabilità di tratto, senza alcuna eloquenza, sempre ha avuto il segreto di
diventar ricco, di passar per dottissimo, di avere amici e fautori e partigiani, quanto forse alcun altro non abbia mai". Insomma un gran ciarlatano.
Annio Matteini presenta la ristampa con un commosso ritratto del padre, ed utili notizie sulle novità presenti in questo antico saggio su Cagliostro.
[Anno III, post n. 281 (658), © by Antonio Montanari
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Di antonio_montanari
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Noi bravi
scolari di una volta..., m'è venuto da pensare ricordando un vecchio insegnante universitario, Achille Ardigò, appena scomparso. Docente di Sociologia alla Facoltà di Magistero (primi anni
Sessanta), Ardigò non mi ha lasciato memorie particolari.
Un po' incolore nelle lezioni, moderatamente cortese negli esami, la sua materia allora andava di moda, ma a me non interessava in maniera particolare. Insomma un esame come un altro, se non
fosse che di tutte le sue lezioni e di tutte le letture annesse, a mezzo secolo di distanza è sopravvissuto (per mia colpa) ben poco.
Un primo ricordo. In una pagina di un suo testo Ardigò studiava la dislocazione dei vari gruppi di sensali in piazza Maggiore nelle giornate di mercato. Ne parlai una volta con un rappresentante
editoriale bolognese che si mise a ridere, dicendomi nel suo dialetto: "Eh, ci voleva Ardigò per scoprire una cosa che sappiamo tutti...".
L'assistente di Ardigò, il dottor Paolo Guidicini, era un giovane elegante e cordiale, anche troppo con le nostre ragazze se ci accompagnavano nel suo studio quando dovevamo "prendere
l'esercitazione". Si trattava di una ricerca da portare all'esame, e da svolgere sul campo. "Ah, lei è di Rimini, allora vada al tal centro professionale, e faccia questo lavoro...".
M'inventai tutto, dai nomi e cognomi degli intervistati, alle statistiche relative alle loro risposte al questionario affidatomi da Guidicini. Dopo qualche anno, ho trovato quelle statistiche
pubblicate in un bel volume scientifico.
Gli assistenti non sempre erano simpatici come Guidicini. Quello di Italiano era un pignolo dalla vice stridula, Mario Saccenti (di cognome e di fatto). Apriva l'esame con una domanda di
letteratura. A me chiese di parlare del Tasso (era il mio primo esame universitario in assoluto, un gesto da kamikaze a detta degli amici di corso più anziani).
Risposi partendo dall'importanza del Tasso nella storia della letteratura italiana, argomento contenuto nell'ultimo paragrafo del capitolo del volume di Natalino Sapegno. Saccenti m'interruppe
obbligandomi a ripartire "dall'inizio", ovvero dalla nascita del Tasso, quindi dal primo paragrafo del testo di Sapegno...
La seconda domanda riguardava la "Commedia". Apriva a caso il libro, puntava l'indice sulla pagina. Eravamo all'Inferno, mi chiese la lista dei dannati che precedevano quel determinato
personaggio.
Gettai l'occhio sulle note. Con un sospiro di sollievo, feci il mio bravo elenco. Saccenti con il ghigno perfido che teneva stampato fisso sul volto per terrorizzarci, e con quella vocina
stridula, emise la sentenza terrificante: "No. Quelli vengono dopo".
Scrisse la sua brava noticina che consegnò al prof. Ezio Raimondi, il cattedratico della materia, con cui passai a chiudere
l'esame, trattando del corso monografico diviso in due parti. La prima riguardava la "Vita" dell'Alfieri. La seconda, un testo allora appena tradotto dal Mulino, il celebre ed indigesto "Wellek e
Warren" dal nome degli autori (titolo: "Teoria della letteratura"). Un libro per laureati, non certo adatto a noi ragazzotti di provincia che avevamo fatto le Magistrali con molto affanno.
Comunque Raimondi, dopo che ho risposto alla sua prima domanda, si rivolge a Saccenti, scorrendo la noticina che gli aveva passato con l'esito dell'interrogazione fatta a mio danno...: "Marione",
gli grida, "ma questo giovane è preparato". Non potei prendere più di 25/30 per colpa del sadismo di Marione.
Un assistente di Latino ignorava che "nulla sapeva delle nostre cose" equivale a "non sapeva nulla...". Per cui segnava errore nello scritto, adducendo spiegazioni folli. Alla fine nella
discussione che ebbi fuori esame con lui, dovette ammettere che tutte le cose che aveva segnato come errori invece andavano bene.
Per Storia medievale e moderna, cattedra della grande e temuta Gina Fasoli (che interrogava durante le lezioni tenute nell'emiciclo di Anatomia..., ma molto corretta e cordiale agli esami), c'era
come assistente Paolo Prodi, oggi famoso docente a livello europeo. L'ho rivisto qualche anno fa alla presentazione di un volume sui Malatesti, ma non me la sono sentita d'andarlo a salutare.
Apparteneva alla categoria dei Saccenti, quelli che vedevano l'esaminando con l'occhio del cacciatore che imbraccia un fucile carico. Nella nostra elementare classificazione, dividevamo gli
insegnanti in buoni o carogne. Eravamo molto rozzi ed incivili, noi. Forse lo erano anche quelli che al di là della cattedra credevano che la cultura fosse la memorizzazione di una sequenza di
date, e non la capacità di elaborazione della materia.
L'assistente di Pedagogia, Mario Gattullo, un giovane meridionale intelligente e saldo nella sua preparazione (e purtroppo scomparso prematuramente per un incidente stradale), aveva il chiodo
fisso della Docimologia. Ovvero la misurazione scientifica della preparazione degli studenti di ogni tipo ed ordine di scuola.
Anche per Pedagogia era obbligatoria un'esercitazione decretata da Gattullo. La svolsi per tre mesi in una classe elementare. Divisa in due gruppi. Il primo, esercitato di continuo, alla fine
avrebbe dovuto dimostrare maggiore preparazione del secondo lasciato a riposo.
Per una di quelle situazioni che si verificano nella realtà in contrasto con i presupposti dottrinari per non dire dogmatici, accadde tutto il contrario. Il gruppo sempre esercitato alla fine
ebbe risultati peggiori del gruppo inoperoso. Il che fece andare su tutte le furie il dottor Gattullo che, non ligio alla filosofia del pragmatismo statunitense che c'insegnava in teoria, se ne
uscì con una sentenza irremovibile: "E' impossibile".
Con questa premessa ed esperienza, accettai il lavoro da svolgere per l'esame di Sociologia, facendo pure ricorso ad una pregiudiziale metodologica degna del miglior empirismo nordamericano:
"Questa volta vi frego io".
M'inventai tutto, come ho detto. Quella volta feci centro. E' proprio vero, noi ragazzi di una volta eravamo proprio dei bravi scolari.
[Anno III, post n. 280 (657), © by Antonio Montanari
2008]
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Venerdì 12 settembre 2008
Il mitico
Edgard Morin, filosofo e sociologo, 87 anni, ha aperto i lavori della scuola estiva del Pd (mi
rifiuto di riportare la intitolazione inglese che lorsignori usano). Non devono avergli spiegato che cos'è il Pd, con rispetto parlando, se se ne è uscito con questa frase: bisogna ritornare
"alle tre grandi fonti della sinistra: il pensiero libertario, il socialismo e il comunismo".
Nessuno gli ha detto evidentemente che il Pd è nato per negare, rinnegare o cancellare (scegliete voi) queste grandi tre fonti della sinistra.
Sinistra che non abita nel Pd, evidentemente per sillogismo, se si è allontanato in toto da quelle memorie, non dico da quelle "ideologie".
Ieri un'altra frase memorabile è stata pronunciata dal presidente del Consiglio intervenuto in camicia nera ad un raduno dei giovani di An: "Italo Balbo in Libia ha fatto cose egregie".
Meno eclatante ma molto più pericolosa la sua promessa di investire presso don Verzé in studi medici che portino la vita media a 120 anni...
Ne aveva già parlato a febbraio da Vespa. Poi De Mita con molta rabbia in corpo disse che lui di anni ne ha 80, ma ne dimostra appena 65.
Come si vede, la questione è soggetta a contagio. Quindi socialmente pericolosa.
Forse Berlusconi può essere distolto dai suoi progetti insani soltanto da discorsi come quello del prof. Morin con l'invito a tornare "alle tre grandi fonti della sinistra: il pensiero
libertario, il socialismo e il comunismo".
Ieri ai giovani di An il cavaliere ha raccontato barzellette sui comunisti. Una ragazza ha sbuffato: la nostra preoccupazione è il precariato. Con un colpo di genio da grande imprenditore,
Berlusconi le ha risposto di non cercare il posto fisso. E se necessario d'andare a cercare un'occasione a Parigi, Londra, Los Angeles.
Come capo di un governo mica male, il suo invito a scappare all'estero per poter mangiare. Una volta si chiamava emigrazione. "Mamma mia dammi cento lire che in Merica voglio andar...".
Fonte foto: www.flickr.com/photos/pdnetwork
[Anno III, post n. 279 (656), © by Antonio Montanari
2008]
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Giovedì 11 settembre 2008
Soltanto per colpa dell'età posso affermare che i discorsi sulla scuola che va male, e sugli insegnanti che sono i peggio pagati in Europa, non risultano purtroppo una novità. Anzi, sono una
ripetizione anche noiosa di quelli che si ascoltavano già nei primi anni Sessanta.
Oggi c'è di nuovo il fatto che, chi ne parla non sa che appunto se ne parlava già allora. Lo spirito del tempo contemporaneo, non è per nulla storico. Se lo fosse, il ministro dell'Economia
Giulio Tremonti ci risparmierebbe certe battute sulla riforma che vuole imporre alla scuola la sua collega Gelmini. Tramonti la riassume in tre parole: "Un voto, un libro e un
maestro".
Vorremmo chiedere al portavoce Capezzone, quello che quando parla alza il ditino
ammonitore contro l'opposizione per spiegarle quanto sbagli nel dissentire dal governo; vorremmo chiedergli se quel solo voto, quel solo libro e quel solo maestro non siano per caso, nel
retro-pensiero (ovvero nelle intenzioni più segrete ma non troppo) della maggioranza, pericolosi sintomi di una negazione del valore del dialogo per affermare "una sola verità".

Esimio ministro Tremonti, fa leggermente paura quel suo dire "un libro" come se appunto la confusione nella mente dei giovani nascesse dal confronto tra due libri, tra due maestri, tra due
opinioni diverse. Insomma non ci piacerebbe che dietro "un solo libro" ci fosse "il pensiero unico".
Alla generazione precedente la mia imposero "libro e moschetto". Adesso Tremonti e Gelmini, spiegano che "basta la parola", come per il confetto Falqui. Quindi "libro e confetto"? Ovvero una
versione edulcorata dell'olio di ricino?
[Anno III, post n. 278 (655), © by Antonio Montanari
2008]
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Mercoledì 10 settembre 2008
Primavera 1954. Ultimo giorno di scuola della prima media, con l'insegnante di Lettere, Romolo Comandini. Lo salutammo regalandogli un libro, le "Lettere dei condannati a morte della Resistenza". Il
professore lo aprì e ne lesse alcune pagine, piangendo. Per la prima volta scoprimmo il vero volto della Storia, con atrocità e tragedie.
Più avanti negli anni avrei compreso il motivo di quel pianto.
Nel 1942-43, richiamato alle armi, Romolo Comandini si trova ad operare in zona di guerra, in Jugoslavia:
"[…] se si guardano i bimbi", scrive in un inedito, "un nodo sale alla gola: sono ombre di se stessi. Hanno fame. Vedo alcune madri che colle mani sgranano spighe di grano, che poi viene macinato
tra due pietre".
È il 13 giugno 1943, giorno di Pentecoste, nel villaggio di Zaton in Dalmazia, verso le 10 del mattino: i soldati italiani spartiscono con quelle madri e quei bimbi il loro rancio.
La VII Compagnia comandata dal tenente Comandini è poi inviata in una località vicina. Nel frattempo, tredici donne (la più giovane ha 17 anni), vengono passate per le armi da altri militari
italiani: con loro, sono fucilati anche un ragazzo di 16 anni e quattro uomini.
Tutte le diciotto vittime sono ufficialmente considerate "favoreggiatori ribelli", e responsabili dell'uccisione di alcuni appartenenti a bande anticomuniste italiane, avvenuta ad otto chilometri
da Zaton, villaggio da cui non si poteva né entrare né uscire, per ordine delle nostre autorità. Fatto prigioniero, Comandini è deportato in Germania, dall'ottobre 1943 all'agosto 1945.
Nel rendere omaggio alla sua memoria, richiamo il tema di cui si parla in questi giorni, il valore dell'antifascismo, oggi.
Savino Pezzotta, deputato dell'Udc, stamani con "Repubblica" ha ricordato il sacrificio di suo padre, Giuseppe Francesco, morto a Dachau a 29 anni. Era un alpino sopravvissuto alla
campagna di Russia, non aderì alla "repubblichina" di Salò, fu uno di quelli che "scelsero di morire di fame e di stenti per fedeltà allo Stato non a Mussolini".
Conclude Pezzotta con una dolorosa constatazione storica: "...avanza questa specie di revisionismo che vuole svuotare l'elemento fondativo della Repubblica. In molti modi stanno cercando di
mettere in discussione la Costituzione".
Onorevole Pezzotta, si ricordi di queste sue parole e delle storia di suo padre, anche quando come Udc fate l'occhiolino ai signori del governo Berlusconi od ai loro stretti parenti.
Nella foto, i Tre Martiri di Rimini, da "Vuoti di memoria" in questo blog.
[Anno III, post n. 276 (653), © by Antonio Montanari
2008]
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Il quotidiano locale a cui sono abbonato pubblica stamani un editoriale firmato da Vittorio Emiliani: "Ai giovani bisogna dire che guasto fu la dittatura".
Sono in sostanza, ed in sintesi, le stesse cose che leggiamo in un altro fondo del medesimo Vittorio Emiliani, con un diverso taglio, su "l'Unità": "Il fascismo 'male assoluto', come ha affermato
Gianfranco Fini, o male relativo, come ha sostenuto pochi giorni fa il suo confusionario allievo Gianni Alemanno sindaco di Roma? Andiamo a vedere allora i principali guasti prodotti dal
fascismo, in dati e cifre"...
Emiliani ha ragione, i giovani debbono sapere "che guasto fu la dittatura". Ma tutti noi, giovani e vecchi, abbiamo diritto di sapere pure quello che succede oggi, perché altrimenti va a
farsi friggere la nostra idea di democrazia che giustamente contrapponiamo alla sua negazione "assoluta" (coma va di moda dire oggi).
Si dà il caso che poco tempo fa (12 agosto) allo stesso quotidiano locale a cui sono
abbonato, abbia inviato una lettera che non è stata pubblicata (non oso dire censurata). E che cominciava così: "Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente
preoccupati per notizie che "configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale" locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano
alcuni dati 'storici'".
Tra fine maggio ed inizio giugno un'altra mia lettera non era stata pubblicata. Eccola
integralmente: "A Riccione è stata cancellata la via Jan Palach, il martire politico del 1969, uccisosi per protestare contro i sovietici. Potresti informati sul "dove come quando e perché" ciò è
accaduto?".
Non so se subirà la stessa sorte (temo purtroppo di sì) un altro testo spedito il 4 settembre, una lettera aperta alla ministra Gelmini. Dove le cose pericolose scritte, e che possono aver sconsigliato la
pubblicazione, sono sostanzialmente due:
1. Se dovessimo stilare una graduatoria della pericolosità sociale, gli avvocati rischierebbero di finire in testa a tutti, anche a quelli che difendono;
2. "la famiglia politica, o quella sindacale o quella ecclesiastica o quella massonica sono i luoghi deputati alla promozione ed alla sorte delle carriere negli ospedali, nella scuola, nella
magistratura". (Non si tratta di un'opinione soggettiva, ma di un dato di fatto.)
Prometto solennemente qui di non disturbare più con le mie lettere i colleghi del quotidiano locale a cui sono abbonato.
[Anno III, post n. 275 (652), © by Antonio Montanari
2008]
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Otto settembre 1943. Il giorno del suo ventesimo compleanno per Alfredo Azzalli trascorre come tutti gli
altri. In guerra. Tra le guardie di frontiera. A Villa del Nevoso, sulla strada che da Fiume porta a San Pietro del Carso, Postumia e molto più avanti a Lubiana. Alle 19,42 la Radio italiana
annuncia l’armistizio.
Il re e la regina hanno appena lasciato Villa Savoia. Al Quirinale si è temuto un colpo di mano. L’Eiar è stata preceduta da Radio Londra. Badoglio legge un proclama: «Ogni atto di ostilità
contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
Verso le quattro del pomeriggio, Alfredo Azzalli è partito in autoblindo per fare la solita scorta al generale Didio.
«Noi seguivamo la sua macchina. Temevamo gli attacchi dei partigiani. Ma tutte le volte che ci siamo spostati non è successo nulla. Siamo sempre arrivati tranquilli a destinazione. Andavamo a
Trieste o nei paesi vicini a Villa del Nevoso. Percorrevamo ogni volta una sessantina di chilometri.»
Il piccolo corteo è preceduto da un motociclista. Nell’autoblindo sono ammassati una ventina di ragazzi. Quel pomeriggio viaggiano verso Fiume. Arrivano che sono le due di notte del nove
settembre: «C’era la luna piena. Non sapevamo niente di quello che era successo la sera prima. Forse il generale conosceva la notizia. Non noi. Lui aveva a bordo una radio. Ogni tanto la nostra
colonna si fermava. Forse in quei momenti si metteva in contatto con altre postazioni. A Fiume ci siamo resi conto che doveva essere successo qualcosa di grosso. La gente era in giro per le
strade, ed esultava. I civili prendevano le armi ai militari: sparavano per aria, le pallottole fischiavano sopra le nostre teste. Nei fossi c’erano i cannoni italiani abbandonati dai nostri in
fuga. Tutti cercavano di scappare e rientrare in Italia. Una baraonda indescrivibile».
Verso le otto del mattino, il generale raduna quella ventina di soldati, e gli parla: «Da questo momento, io non sono più il vostro comandante. Fate quello che volete. Se riuscite ad andare a
casa, potete farlo». Commenta Alfredo Azzalli: «Il generale doveva avere anche lui i suoi pensieri. Lo faceva capire il tono con cui ci mise in libertà».
Andare a casa, ma come? «Bisognava gettare la divisa. I civili di Fiume ci offrivano vestiti borghesi che a noi servivano per non essere riconosciuti dai tedeschi, e per non essere catturati. I
civili avevano bisogno delle nostre armi. Le passavano anche ai partigiani.»
Non era facile pensare al cambio fra un fucile «modello 91», quello della Grande guerra, e quattro stracci con cui nascondere il proprio stato di combattente italiano. Non per nostalgia
militarista od orgoglio.
«La nostra paura era che, una volta consegnate le armi, i civili ci ammazzassero tutti. Per fortuna non fu così. Ci hanno trattato con i guanti. Non ci hanno fatto alcun male. Sono stato invitato
ad entrare in una casa. Mi hanno dato da mangiare anche un pezzo di formaggio, e mi hanno regalato degli indumenti civili in cambio della divisa.»
Ora che è in borghese, la guardia di frontiera Azzalli Alfredo ripensa ai suoi otto mesi di vita da soldato: arruolato il 5 gennaio 1943, partito dal distretto di Ferrara, destinato per
addestramento alla caserma «Principe di Piemonte» a San Pietro del Carso. Qui trascorre due mesi.
«Le divise ce le diedero soltanto diciassette giorni dopo l’arrivo. Avevamo vestiti civili leggeri, non adatti a quel clima rigido. Dormivamo in coppia nella stessa branda per utilizzare due
coperte che però non bastavano a proteggerci dal freddo. Incontrai un compaesano che conoscevo bene, Bruno Musacchi. Era di servizio sedentario da tre anni come attendente del capitano medico,
nella stessa caserma di San Pietro del Carso. Venne nelle camerate a vedere se c’erano ragazzi delle nostre parti. Ci siamo abbracciati. Mi sono messo a piangere come un bambino.»
Da Argenta i genitori di Alfredo arrivano a trovare il loro figlio a San Pietro del Carso. Dentro il pacco di viveri che gli consegnano, ci sono anche i cappelletti. Hanno progettato di fermarsi
nell’albergo del paese, ma Bruno Musacchi li consiglia, per motivi di sicurezza, di non pernottare e di tornare a casa.
Il primo trasferimento di Alfredo è a circa un chilometro, in un accampamento di baracche di legno. Vi resta per tutto marzo ed aprile.
«Si vedevano soltanto persone che entravano nel bosco a tagliare la legna: ne uscivano con carri pieni di tronchi. Non parlavamo con nessuno. C’erano paura e diffidenza. Bruno Musacchi, di
nascosto, ogni giorno mi portava una gavetta di maccheroni.»
Dal volume Stellette addio. L’8 Settembre 1943 del soldato Alfredo Azzalli di Antonio Montanari, leggibile integralmente qui.
Alfredo Azzalli, mio suocero, è uno di quei tanti giovani che rifiutarono di obbedire a Salò. Oggi ha compiuto 85 anni.
Fonte web: www.webalice.it/antoniomontanari1
[Anno III, post n. 274 (651), © by Antonio Montanari
2008]
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Domenica 7 settembre 2008
Sarah Palin, la candidata alla vice-presidenza degli Usa scelta da John McCain, è stata sindaco di Wasila (foto "Time"), in Alaska.
Un giorno chiese alla bibliotecaria pubblica, Mary Ellen Baker, di togliere dagli scaffali "certi volumi, per il loro linguaggio riprovevole, e quando la Baker si rifiutò di intervenire, il
sindaco la fece esonerare dall'incarico". Così ricorda sul "Corriere della Sera" di oggi lo scrittore Jay Mcinerney.
Il quale cita il "Washington Post" per un altro episodio: come governatrice dell'Alaska, Sarah Palin "ha negato fondi a un alloggio protetto per ragazze madri".
Da brava "cristiana fondamentalista" Sarah Palin otterrà un buon successo tra la destra italiana. Dove le signore con pruriti razzistici e nostalgie reazionarie sono una bella folla pronta a
tutto. Con una non indifferente differenza.
Sarah Palin ha corso da sola e per se stessa. Le altre, le nostre signore indigene, sono le eterne gregarie di un capo maschilista, che le ha scelte e premiate in base a meriti che nessun
elettorato ha mai potuto conoscere ed approvare.
Sarah Palin rischia in proprio, le nostre signore per conto terzi, il che equivale ad aver stipulato un'assicurazione sulla carriera con il nostro sistema elettoral-politico.
Oggi il papa da Cagliari ha detto che la politica "necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo
sostenibile".
La frase si può leggere in tanti modi. Compreso questo: quelli attualmente sulla scena non valgono nulla?
La storia di Sarah Palin, si può leggere nel "Time", citato stamani dal blog "Cattiva Maestra". E nel foglio locale di Rasila, Frontiersman. Dove c'è un album di Sarah Palin.
[Anno III, post n. 272 (649), © by Antonio Montanari
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Di antonio_montanari
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Il testo ufficiale integrale delle direttive ministeriali circa le impronte, citato qui ieri in breve da un articolo di giornale, si può scaricare dal sito www.statewatch.org.
Esso è del 17 luglio 2008. E richiama tre ordinanze del 30 maggio 2008.
La sua lettura è molto istruttiva. Si dichiarano le intenzioni che hanno presieduto alle ordinanze: evitare il degrado, secondo i richiami internazionali ed europei; ed il ripetersi di fenomeni
di razzismo.
Si precisa: "Sarà cura dei Commissari procedere in modo da escludere effetti che possono essere considerati direttamente o indirettamente discriminatori".
Ecco, questo è il punto dolente. Quando si affida alla cura dei singoli l'esecuzione di una norma, allora ci si può aspettare di tutto, come è accaduto all'assalto al treno Napoli-Roma. Che si
doveva instradare su un binario morto, altro che far giungere nella capitale.
[Anno III, post n. 271 (648), © by Antonio Montanari
2008]
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Di antonio_montanari
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