Friday 29 july 2011 5 29 /07 /Lug /2011 16:56

Caro Postumo, il tempo fugge senza indugio, direbbe Orazio. E lo spirito archeologico della vita politica lo rincorre con entusiasmo. Il 29 luglio 2005 un comunicato annuncia il nuovo accordo fra Comune di Rimini ed Ateneo di Bologna per la Cittadella universitaria. Entro la prima età del 2007 partiranno i lavori di riqualificazione di Palazzo Lettimi, sede amministrativa e di rappresentanza dell'Ateneo. Ed entro il 2006 inizieranno quelli di trasformazione dell'ex Convento di San Francesco in nuova Biblioteca centralizzata del Polo riminese, con spazi per lo studio e gli incontri. Sino ad oggi non abbiamo visto nessun cantiere né a Palazzo Lettimi né all'ex Convento di San Francesco. Lo spirito archeologico trionfa nel suo splendore.
Da anni ascoltiamo i discorsi sulla mancanza di spazi nella Biblioteca Gambalunga. Non si accettano donazioni normali ed in passato si sono ripuliti fondi librari regalati da cittadini (abbiamo ascoltato le proteste di gente qualsiasi che passava per strada e vedeva partire i camion dal cortile interno dell'antico edificio). Sul tema nel 2008 è uscito un volume con un progetto aggiornato al 2005, in cui si legge che già nel 1956, da parte dell'allora direttore Mario Zuffa, si era pensato di realizzare una torre libraria come quella illustrata nel progetto stesso che è al centro del testo, edito dall'Istituto dei Beni Culturali della Regione.
La novità più importante del 2008 è che quella torre, sul retro del palazzo Visconti che è sul retro di quello Gambalunga, è intesa come "un riferimento attivo nella percezione degli spazi". Ovvero: se vi date appuntamento con qualcuno, prendete come punto  d'incontro la torre, così non vi perdete. Pure la torre resta un sogno. Mancano i soldi. Ci sono soltanto quelli per gli stipendi: cinque dirigenti del settore cultura-turismo nel 2009 costavano oltre 365 mila euro, ovvero 73 a cranio su un totale di 2,3 milioni per tutti i 30 dirigenti comunali.
Completo il discorso con due aggiunte. Il Comune nel dopoguerra rifiutò i danni di guerra per Palazzo Lettimi. Alla cui riedificazione pensò una società nel 1987. Quando l'ing. Luciano Gorini precisò che lo stesso progetto lui l'aveva già presentato tre anni prima.
La "Biblioteca Campana" che andrà a Palazzo Visconti, non è stata donata al Comune, ma sarà ospitata in prestito per 25 anni dal privato al quale sarà permesso di nominare un Conservatore addirittura con funzioni di vigilanza sul lavoro dei dipendenti del Comune stesso. [Anno XXX, n. 1049]

Antonio Montanari
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il Ponte, Rimini, settimanale, 31.7.2011

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Sunday 24 july 2011 7 24 /07 /Lug /2011 16:49

Ho citato, nella puntata scorsa [1047], i gabinetti alla turca della gloriosa Biblioteca Gambalunga di Rimini, la quarta in Italia ad essere pubblica. La prima fu la nostra Malatestiana in San Francesco, poi vennero l'Ambrosiana di Milano nel 1609 e l'Angelica di Roma nel 1614. E la prima ad essere civica nel 1619.
Li ho presi per simbolo dello spirito archeologico che governa la vita politica. Di esso ci sono appena arrivate autorevoli conferme, grazie alla questione dei rifiuti da depuratore, finiti in mare a causa del maltempo.
L'ex sindaco Giuseppe Chicchi ha spiegato al "Corriere di Romagna" che il peccato originale risale agli anni Settanta, quando "fu compiuto un errore tecnico drammatico: mentre si riorganizzavano le fogne, le fosse furono trasformate in collettori".
Sullo stesso giornale, la scrittrice riminese Annarosa Balducci ha fatto previsioni tragiche, descrivendo la nostra terra come luogo di raccolta di "arroganza maneggiona" che si nutre di progetti che hanno spostato l'attenzione dal mare (invaso dai rifiuti corporali non digeriti dai depuratori) alla terraferma, con congressi, notti colorate, divertimenti e trasgressioni a prezzo modico. Così, tempo cinque anni, l'Azienda Adriatico chiude.
Per fare un bagno decente andremo nella vasca del nostro bagno di casa, dunque? A Rimini in questi ultimi anni non si è compreso il dato più semplice: la crisi economica mondiale del 2008 imponeva ruvidi cambiamenti. Anche a Rimini come a Roma, ci si è illusi che fosse un fenomeno breve. Il politologo Giovanni Sartori il 24 gennaio 2009 sul CorSera osservava che dagli economisti quella crisi era stata "avallata partecipando alla pappatoria". A Rimini la pappatoria ha illuso quasi tutti con grandiosi progetti, ed alla fine (gennaio 2010) l'Ufficio tecnico del Comune, posto dinanzi al problema delle buche stradali, rispondeva che non c'era in cassa un centesimo per fare i lavori necessari.
Tornando ai gabinetti alla turca della Gambalunga, riassumo una complessa questione. Il palazzo della Biblioteca è in condizioni tali che potrebbe esserne vietato l'accesso al pubblico dall'oggi al domani. In cambio, il Comune ha provveduto a sistemare "a norma" come dicono i tecnici, un piano del vicino palazzo Visconti per collocarvi la futura "Biblioteca Campana", con la modica spesa di 170 mila euro (comunicato del Comune del 25.2.2004). Invece i solai della sala di consultazione in Biblioteca Gambalunga tremano ad ogni passo: sono sicuri? [Anno XXX, n. 1048]

Antonio Montanari
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il Ponte, Rimini, settimanale, 24.7.2011

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Saturday 9 july 2011 6 09 /07 /Lug /2011 16:42

Nella pubblica biblioteca bolognese detta Salaborsa dal luogo in cui sorge, hanno sistemato una cassetta per le offerte. Un addetto ai lavori della città delle Due torri, Piero Antonio Zaniboni, ha inviato una garbata e pertinente protesta alla rubrica della Stampa intitolata “L’editoriale dei lettori”, in cui tra l’altro scrive: “L’affezionarsi alla propria biblioteca non è misurabile in termini di elemosina, bensì in ragione della frequenza, lettura, consultazione, prestito in uno spazio condiviso, che diventa un punto di riferimento irrinunciabile per la cittadinanza”. L’intervento del bibliotecario bolognese si chiude con l’ottimistico appello ad un dibattito serio e proficuo, di cui il mondo della cultura ha un gran bisogno.

La cassetta per un obolo l’avevo per ischerzo proposta alla Gambalunga di Rimini, dopo aver visto la piccolissima ma pregevole mostra sui 150 anni dell’unità d’Italia. Avevo sentito o letto che di più non si era potuto fare per mancanza di fondi. Non potevo immaginare che altrove si arrivasse sul serio al paradosso di un servizio pubblico costretto a questuare per poter funzionare.

Sulla lettura e sulla funzione di una biblioteca a Rimini, ricordo la vecchia diagnosi di Piero Meldini, brillante scrittore e soprattutto nello specifico ex direttore della nostra Gambalunga: “Se una madre vede il figlio leggere dei libri, si preoccupa al punto che lo porta dal dottore”. I giovani di oggi sono cambiati. Qualche giorno fa ho assistito ad una scena commovente. Un ragazzo che aveva lasciato il tesserino a casa ma aveva urgenti bisogni corporali, chiedeva il permesso di entrare in Gambalunga, dopo aver ricevuto un cortese rimbrotto per come aveva lasciato devastato il gabinetto alla turca in una precedente visita.

Morale della favola: in centro a Rimini non ci sono bagni pubblici, e chi può permetterselo con il tesserino della Gambalunga, usa appunto quelli della biblioteca, facendo salire le statistiche dei visitatori sbandierate a fine anno.

Per restare in tema di oboli, la cultura locale deve cedere la propria autonomia (e forse anche molta parte della propria dignità) a chi può permettersene di consistenti, assumendo il nome di sponsor o mecenate che dir si voglia, e soprattutto facendo il bello ed il cattivo tempo nella stessa cultura locale. Il che pare meno irritante di chi insozza i gabinetti alla turca installati oltre mezzo secolo fa, e lasciati lì in nome dello spirito archeologico che governa la vita politica. [XXX, 1047]

Il Ponte, settimanale, Rimini, 10 luglio 2011

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Saturday 2 july 2011 6 02 /07 /Lug /2011 18:20

Se l'errore lo fanno gli studenti, prima li bocciano. Poi boriosi commentatori li deridono sui giornali. Infine li compiangono i più giovani cronisti televisivi in totale sintonia da stress. Invece se l'errore è dei professori ministeriali, nessuno ne dovrebbe parlare per rispetto delle Istituzioni con l'iniziale maiuscola.
Il fatto. I ragazzi agli esami di licenza media sono stati sottoposti ai test dell'Invalsi che dovrebbero misurare le loro capacità. Agli insegnanti sono state fornite le maschere per la correzione, che erano sbagliate. Infine, a conferma dell'italico costume dell'obbedir tacendo e tramando mentir, la ministra Gelmini ha definito ridicola la polemica nata nel frattempo, su un fatto da lei definito del tutto marginale.
Con il che ci siamo sentiti tranquilli pure noi. Almeno sino al giorno dopo degli esami scritti di Italiano per la Maturità. Scusate il dissenso, dovuto all'età. La questione se noi siamo quello che mangiamo, mezzo secolo fa, ci avrebbe costretto a riandare al testo di Storia della Filosofia. Per ritrovare la stessa identica frase che il tedesco Ludovico Feuerbach (1804-1872) aveva provocatoriamente lanciato per esaltare al massimo il suo materialismo. Per lui un popolo migliora in morale e politica soltanto se mangia cose buone.
Lo ascoltò Carlo Marx che povero in canna andava a tavola con l'amico Federico Engels il quale pagava il conto. Gli effetti si videro magnificamente espressi nel sogno della rivoluzione che ha afflitto l'Europa in ogni suo angolo. Da Mosca a Berlino, in rigoroso ordine cronologico. E non soltanto per colpa di Marx.
Così dal buon cibo tedesco forse può essere nata qualche brillante idea che ha portato a creare macelli terribili di genti. Con l'aggiunta delle camere a gas. E poi qualcuno ha avuto il coraggio di definire il Novecento un secolo breve, come se fosse passato senza lasciar memoria di sé.
Ma la cosa veramente tragica è che (mi scusino i dissenzienti di professione, a responsabilità limitata), proprio agli esami di cui stiamo dicendo, la definizione del Novecento come secolo breve è stata proposta ai nostri studenti. La cultura è piena di gente che usa formule strane, come quella della fine della Storia.
Immagino un tema intelligente ricavato da parole degli stessi giovani studiati nel "Rapporto Migrantes". Quattro su dieci, ha scritto Francesca Paci nella Stampa del 22 giugno, sognano di andarsene all'estero. Il titolo del suo pezzo era: "Che sfortuna essere nati in Italia". [Anno XXX, n. 1046]

"il Ponte", Rimini, settimanale, 3.7.2011

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Sunday 26 june 2011 7 26 /06 /Giu /2011 11:03

Una rondine non fa primavera, però la replica dei programmi tv fa estate. Se la Natura ha leggi rigide ma concede pure variabili indipendenti, la politica è un ferreo sistema che non suggerisce bensì impone. E non ammette eccezioni alla regola. Le stagioni, come dicevano una volta le vecchie professoresse di Scienze bevendo un tè, non sono più quelle di una volta. Poi sono venute le professoresse giovani che hanno cominciato a sostenere che non ci sono più le mezze stagioni. Invece i politici di ogni età di ieri e di oggi hanno sempre sostenuto che il mondo deve andare come essi desiderano, vogliono e fermamente pretendono.
La replica estiva dei programmi tv è frutto di un eterno desiderio dei politici di addormentare il pubblico nel confortevole sopore fornito dalle cose viste. L'aspetto comico della cronaca di questo principio d'estate 2011, è che la replica ha contagiato anche la stessa politica. Negli ultimi giorni i nostri giornali sono stati pieni di cronache giudiziarie in cui vecchi volti sono stati nuovamente piazzati in prima pagina. Non per raccoglierne confidenze rassicuranti, ma per narrare ancora una volta, con il beneficio della presunzione d'innocenza, gli stessi coinvolgimenti fra trame segrete e vita dello Stato. Un'etichetta pietosa ed ormai antica le classifica come misteri del Bel Paese.
Un mese prima delle recenti rivelazioni giudiziarie, Concita De Gregorio direttrice de l'Unità sino al 30 giugno, si era chiesta che cosa ci facesse un certo signore protagonista di quelle rivelazioni, in un certo Palazzo del Potere romano. Da quel Palazzo, via centralino del Ministero degli Interni, alla stessa direttrice arriva poi un confortevole suggerimento: "Mi permetto di metterla in guardia da eventuali errori. Non vorrei che avesse a dolersene. Lei sa meglio di me quanto certi terreni siano insidiosi e fitti di trappole", perché non si vuol fare a meno di una voce importante come la sua.
Un mese dopo quella telefonata e dopo le rivelazioni giudiziarie sui vecchi faccendieri ancor oggi ospiti di quel Palazzo e titolari di fascicoli penali, una vocina ha anticipato la "uscita" della direttrice, poi resa nota la sera del 18 scorso.
Lo storico Massimo Teodori, che fece parte della Commissione parlamentare sulla P2, ha scritto sul CorSera che certi personaggi da tempo alla ribalta per cattive compagnie, andrebbero tenuti lontani dalla cosa pubblica. Questa volta la replica delle trame oscure non fa appisolare ma inquieta. [Anno XXX, n. 1045]

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA, "il Ponte", settimanale, Rimini, 26.6.2011

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Saturday 18 june 2011 6 18 /06 /Giu /2011 11:04

Rimini 1956, madre e figlia al concorso per Miss Italia. La foto, tratta da un volume del 2000 di Lucia Motti, è nell'ultimo numero di Tuttolibri, in un articolo di Anna Bravo sul testo "Italiane. Biografie del Novecento" di Perry Willson.
Ho dovuto sinora scrivere 239 battute per dire soltanto che un giornale ha pubblicato una vecchia immagine su Rimini. Adesso bisognerebbe spiegare che la signorina del 1956 veste un severo costume da bagno intero, mentre sua madre indossa un solenne abito scuro, rallegrato da chiari risvolti a mezzamanica e da analogo colletto. La giovane sorride impacciata. La madre marcia con lo sguardo fisso oltre la prima fila degli ombrelloni, immaginando un radioso avvenire per la fanciulla.
Se volessimo completare il discorso, dovremmo aggiungere qualcosa sull'Italia di quel tempo, sulla Rimini di quel decennio che mirava al rilancio turistico come base dell'economia cittadina. Mentre tutto il Paese vedeva spopolarsi le campagne, con la gente che andava a lavorare nelle fabbriche del Nord.
Quindi, cari lettori, comprendete quanto sia complesso, arduo, difficile, ed anche storicamente pericoloso commentare una foto. Di ogni fatto, come si divertiva il settimanale Candido, c'è sempre un visto da destra ed un visto da sinistra.
Il lettore può immaginare quale fatica farebbe un cronista tra 55 anni (gli stessi che ci separano dall'aspirante miss a Rimini del 1956, quando vinse Nives Zegna), a raccontare una foto scattata a Roma l'8 giugno 2011. In un teatro dove si radunavano sotto la guida illuminata di Giuliano Ferrara altri direttori di giornale come lui, autodefinitisi con sicurezza cartesiana "servi liberi di Berlusconi".
La nostra, pardon, la loro foto vede il direttore di Libero che s'inchina sorridendo alla sorridente immagine di cartone del Cav. curiosamente non a grandezza naturale ma un poco ingrandita in altezza. Mentre il suo collega del Tempo se la ride apertamente. Forse grazie al fatto di vivere e lavorare nella capitale che sarà quello che sarà, ma non ha un sindaco responsabile di aver scippato la signora Moratti, e mica dico la cassiera d'un bar, della prima poltrona di Palazzo Marino.
Compatiamo affettuosamente chi fra 55 anni avrà l'ingrato incarico di spiegare ai propri lettori come mai nel 2011 qualcuno, con in dote molta intelligenza e cospicui stipendi, abbia proclamato urbi et orbi, a chi ci crede e a chi no, che esistono anche i servi liberi, oltre ai liberi servi che si incatenano da soli. [Anno XXX, n. 1044]

"il Ponte", settimanale, Rimini, n. 23, 19.06.2011

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Saturday 11 june 2011 6 11 /06 /Giu /2011 16:55

Ci sono coincidenze un po' beffarde nella Storia. Tra sfilate, inni e canti si celebrava in maniera particolare (per i 150 anni ben sudati della nostra Italia), la festa della Repubblica. Nata il 2 giugno 1946 con il primo suffragio universale. Ovvero con la chiamata alle urne anche delle donne. Ai cittadini di questo Paese, che l'inno di Mameli hanno usato quasi soltanto come sottofondo nelle partite della Nazionale, si offriva una notizia ghiotta e confusa. Lo scandalo calcio-scommesse. Distratti dai fatti della vita, potevamo tutti, con innocenza infantile, essere vittime di un cortocircuito mentale: ma perché tanti inni proprio ora che il pallone rinnega il suo ideale di sport popolare e patriottico, anche se diviso tra guelfi e ghibellini, ovvero tifosi non sempre abituati ad applicare i precetti del galateo più spicciolo?
Ci sono dei Paesi in cui capi di governo e di un partito politico sono anche stati presidenti di una squadra di calcio, e si vantano di essere abili nel governo del Paese così come erano validi nella gestione della compagine sportiva. In Italia c'è stato un armatore napoletano che fece del calcio lo strumento della sua ascesa politica, assieme alle scarpe spaiate regalate agli elettori. Una prima ed una dopo il voto. Tanto per camminare sul sicuro.
Noi italiani ci rallegriamo ancora per la vittoria del 1982, quando diventammo campioni mondiali l'11 luglio. Abbiamo memoria più corta per altri fatti di quell'anno. Ciò è comprensibile. Anche i migliori cervelli hanno spazi limitati, mica tutto si può ammassare nella scarsa materia grigia. Onore eterno per il Bearzot di quell'anno. Ma facciamo un pensierino pure per altri nomi. Ad esempio, 3 settembre, uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa con sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo. Con altro scopo, un'altra citazione: 13 settembre, a Ginevra arresto del capo della Loggia P2 Licio Gelli. Se il tema interessa, i diari segreti di Tina Anselmi sulla P2 sono ora pubblicati da Anna Vinci. Un capitolo s'intitola "Sanno che sono sola". Era il 1983.
Il Bearzot del 1982 era stato invocato dalla Rosea con un "facci sognare", tornato dieci anni dopo per Antonio Di Pietro su un settimanale di sorrisi e canzoni, come annotava nel 1995, con l'amabile perfidia che ce lo fa rimpiangere, un grande scrittore scomparso: Edmondo Berselli.
Oggi non abbiamo sogni ma calciatori addormentati dagli scommettitori con bibite fraudolente. L'Italia si desterà? [anno XXX, n. 1043]

Antonio Montanari
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Friday 3 june 2011 5 03 /06 /Giu /2011 17:52

Ho ascoltato alla radio un bell'elogio dei cibi delle nonne di un tempo, accompagnato da una precisazione che però non mi è piaciuta. Quelle nonne, è stato detto, rappresentano "la sana povertà di ieri". È soltanto un'opinione, questa mia, e quindi vale per quello che vale. Ma nessuna miseria è sana. Chi dispone di cattedre o di microfoni può felicemente inventare teorie ed incollare fra loro frammenti di storie sconosciute, per sostenere sicuramente le cose che vuole.
Ma per tutti purtroppo c'è sempre un terribile agguato in cui anche le migliori etichette possono sprofondare, se non si controlla l'entusiasmo con il quale si costruiscono gli slogan. Nessuna povertà è mai stata sana, verrebbe da rispondere con una battuta, perché molte miserie hanno provocato troppe malattie e tante vittime.
Una cosa è elogiare la dignità di chi con sacrifici immensi costruiva una famiglia cercando di proteggerla soprattutto da quelle insidie che la miseria fabbrica come scappatoie per risolvere tanti, difficili problemi. Una cosa è avere nostalgia dei propri sentimenti e delle esperienze vissute in ambienti in cui la protezione famigliare era un bene supremo spesso desiderato ma non sempre attuabile.
Ci sono lunghi capitoli della Storia d'Italia, di questa nostra Penisola che inanellava addii, partenze, fughe come espressioni di bisogni economici imposti dalla fame, primogenita e crudele creatura della miseria.
Ed allora apriamo qualche cosa: un libro, internet o quello che volete voi, magari un armadio di famiglia. E vediamo alla voce immigrazione, cerchiamo la pagina di Marcinelle, la miniera belga, 8 agosto 1956, 262 vittime di cui 136 nostri compaesani. Scrisse il "Corriere della Sera": "L'Italia può esportare dei lavoratori, ma non degli schiavi".
La sana e buona povertà d'un tempo, era quella delle nonne che restavano a casa senza poter mai avere niente, ed attendendo sempre qualcosa. Era il ritorno del marito che lavorava all'estero. Oppure, l'arrivo del figlio che si era fermato al Nord entro i confini nazionali, per un posto sicuro ma non per un letto confortevole, perché ad esempio, a Torino, c'erano i cartelli che non si affittava ai meridionali.
La geografia dei sentimenti è molto più complicata della cosiddetta storia spicciola che a volte sentiamo raccontare con questi ricordi pieni di rimpianto per qualcosa che è fuggito e non torna più. Ma non illudiamoci che i nostri slogan, eleganti e definitivi, riassumano fatti veramente avvenuti. [1042]

Antonio Montanari
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"il Ponte", settimanale, Rimini, 05.06.2011

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Saturday 28 may 2011 6 28 /05 /Mag /2011 16:52

Il quadro delineato dal Censis sulla condizione giovanile in Italia, e presentato alla Camera, è riassunto da Raffaello Masci (Stampa): "I giovani sono sempre di meno, e questo all'incirca si sapeva. Ma sono anche il segmento sociale più fragile, emarginato, povero e disilluso della popolazione". Per l'Ance (associazione dei costruttori) in sette anni i laureati italiani finiti all'estero sono aumentati del 40%. Negli ultimi dieci mesi sono stati 65 mila i giovani trasferitisi oltre confine: "Via da un Paese di vecchi: con un progetto in testa e la certezza che per realizzarlo bisogna andarsene", ha scritto Luisa Grion (Repubblica). L'Ance avverte: i laureati italiani fra i 30 ed i 34 anni sono (2009) il 19% dei coetanei. La Comunità europea ha posto per il 2020 il traguardo del 40%.
Una voce da Milano, raccolta da Chiara Berie d'Argentine (Stampa): "Anche i più giovani sembrano non aver fiducia del futuro. Non dovremmo criticarli ma appassionarli; per riuscirci dobbiamo cominciare ad appassionarci noi adulti". Chi parla è don Giorgio Riva, 64 anni, laurea in Ingegneria al Politecnico, parroco a Santa Francesca Romana, in una delle zone a più alta densità, con esperienza per undici anni nella Chinatown milanese.
Il problema dei giovani non è soltanto italiano. Dalla Spagna sono arrivate dal 15 maggio le notizie sulla sfida degli Indignados, scoppiata in vista delle elezioni del 22 maggio. La campagna elettorale per tutti i Comuni ed i governatori di 13 su 17 regioni, non ha prodotto nessuna repressione. Il ministro degli Interni ha scelto il dialogo e non i manganelli.
I giovani spagnoli, ha scritto Francesca Paci (Stampa), si considerano senza un futuro, proprio come i coetanei egiziani alla vigilia della rivoluzione. Stessa constatazione leggiamo in Maurizio Ferrera (CorSera): "Gli indignados chiedono soprattutto di essere ascoltati, reclamano riconoscimento, rispetto, prospettive per il domani", per nulla "diversi dai giovani che protestano nel Nord Africa e nel Medio Oriente".
Da Elisabetta Rosaspina (CorSera) cito alcune testimonianze che ha raccolto davanti al palazzo della Comunidad di Madrid. Claudia, 20 anni: "Ci hanno rubato il lavoro"; Alberto, 24: "Voglio soltanto un lavoro per non pesare più sui miei"; Pilar, bibliotecaria cinquantenne: "I ragazzi hanno ragione, troppi tagli alla cultura". Mariano, un pensionato di 87 anni, protesta ricordando: nelle celle di quel palazzo fu incarcerato nel 1961 per antifranchismo. [1041]

Antonio Montanari
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"il Ponte", 29.05.2011

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Saturday 21 may 2011 6 21 /05 /Mag /2011 10:15

Un mese fa Tizio comincia a parlare in famiglia di quanto crede d'aver letto: la profezia di un terremoto previsto a Rimini l'11 maggio. Tizio ha collegato due notizie. La prima riguarda la profezia, divulgata con un falso (Raffaele Bendandi da Faenza, 1893-1979, nulla scrisse al proposito) e riferita a Roma. La seconda è tutta locale: da tempo gira la voce che prima o poi per la legge dei cento anni la nostra città subirà un disastro come quello del 1916.
Se non erro il primo allarme è apparso sul Carlino nel 2010 con un'intervista ad un responsabile tecnico comunale che non è esperto di questioni geologiche. La legge dei cento anni era apparsa molto tempo fa, in altre dichiarazioni politiche di un assessore riminese, a proposito delle piene del fiume Marecchia, senza dichiararne la vera paternità: un illustre medico tuttologo vissuto nel 1700.
Dopo la diffusione della falsa profezia romana, s'è aggiunta un'altra serie di notizie relative ad iniziative di tecnici locali per mettere in sicurezza le abitazioni della nostra città. Per cui nella mente del Tizio citato, c'è stato un corto circuito neuronale di cui ha fatto le spese la sua famiglia, inutilmente allarmata. A Roma l'11 maggio scorso non è accaduto nulla. La Terra ha tremato nel Sud della Spagna, provocando delle vittime.
Bendandi non è mai stato uno di quelli che, per principio d'autorità, pretendono di aver ragione su tutto, e non soltanto nelle materie che frequentano. Era semplicemente un simpatico eretico (autodidatta, licenza elementare) che scompigliava la matassa del sapere ufficiale. Non ha mai preteso cattedre. I cronisti di mezzo secolo fa lo consideravano stravagante ed irriverente frequentatore della Scienza nella pigra vita di provincia, in quell'Italia che dava il meglio umilmente senza pretendere trofei od onorificenze, vivendo in case di campagna intese non come ville di lusso, ma luoghi modesti in cui si teneva la chiave nella porta senza alcun timore.
Oggi siamo assediati da carrieristi che vogliono celebrità scambiando il mondo per il proprio cervello. Sono un poco esoterici come antichi sapienti orientali, e molto integrati nel sistema quali manager culturali che, raccontando le più astruse invenzioni, cercano di ipnotizzare i pubblici ascoltatori, dopo aver sedotto i mecenati privati. Qualcuno osa l'inosabile. Dichiara di tradurre dal latino: ma usa soltanto una vecchia versione francese per rendere con certezza in italiano la lingua di Virgilio. [1040]

"il Ponte", Rimini, 22.05.2011

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