Domenica 17 maggio 2009
"Il cittadino è molto male informato, e la mala informazione è una delle principali sciagure italiane". Lo sostiene (a ragione) Barbara Spinelli in un durissimo editoriale apparso su "La Stampa" di oggi. Dove il discorso sull'immigrazione è l'occasione per esaminare il desolante quadro politico italiano e quello del giornalismo nazionale.

La signora Spinelli spiega: "La menzogna viene (...) dai governanti, e in genere dalla classe dirigente: che non è fatta solo di politici ma di chiunque influenzi la popolazione, giornalisti in prima linea".
Per aggiungere: "I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela".

Questa realtà parallela (o "iperrealtà"), precisa l'editorialista, non è il solo pericolo esistente, ci sono anche quelli derivanti da altri due fattori: "la manipolazione e la mala informazione".

In questo negativo quadro nazionale, "ogni articolo che viene da fuori erode la mala informazione". Perché offre "domande  e moniti che tengono svegli".

Succede di rado di leggere un impietoso atto d'accusa contro "la manipolazione e la mala informazione" del giornalismo italiano. Che è importante per il pulpito da cui proviene. Non si tratta di persona abituata a vaneggiare come certi direttori che sono inchinati ed oranti alla loro Mecca politica. E' una intellettuale che per arrivare a queste conclusioni fa un confronto severo ma sereno tra la realtà italiana e quella delle democrazie occidentali dove il concetto di informazione ha una dignità sconosciuta da noi.

Vale in questo contesto la vecchia battuta di Mario Missiroli, mitico direttore del "Corriere della Sera", il quale rispondeva a chi gli suggeriva di trattare certi argomenti, che sarebbe stato necessario avere a disposizione "un giornale".

Il discorso si potrebbe chiudere qui, se non avessimo un'annotazione che riguarda qualcosa che al tempo di Missiroli non c'era, il mondo dei blog. Da tanto tempo questi miei post non sono più segnalati in home dalla "Stampa", e non credo per un rimbecillimento del sottoscritto che li compone. Forse un contenuto dissonante rispetto alle opinioni governative li ha giustamente tenuti nascosti.

Non ne traggo considerazioni pessimistiche. Perché mi si consente egualmente di esprimere quelle opinioni. E sono intimamente convinto che posso farlo perché in molti l'hanno pagata di persona in giorni lontani, negli anni attorno alla mia nascita durante la guerra e dopo. Grazie al loro sacrificio possiamo pensare di essere liberi nell'esprimere i nostri pensieri. Non dobbiamo avere paura di esprimerle soltanto per onorare la loro memoria.

Potremmo incontrare begli spiriti capaci magari di meditare scherzetti simili a quelli già subìti in passato, come quando quattro anni fa qualcuno tentò di mandarmi in tribunale se non in galera, con una manovra che poi sono riuscito a smascherare. Ma la loro etichetta di spie prezzolate al soldo di idioti (potenti sono ma idioti restano), basta ed avanza per squalificali e per convincermi che sarebbe da vigliacchi cedere loro il passo e ritirarsi a vita privata, rinunciando a scrivere nel blog.

Lo scrivere è per metà terapia e per metà servizio. Restare svegli (come suggerisce la signora Spinelli), per un blogger significa non soltanto leggere articoli come il suo, ma anche tentare di recare un contributo informativo. Ho cercato di farlo, proprio in questi ultimi giorni. Mettendo a confronto certe situazioni nazionali con i fatti "omessi, nascosti, distorti", e un evento d'oltre Manica. Quello dello scandalo dei rimborsi gonfiati. Oppure ricordando Montanelli (20 aprile). Quando ad esempio scrivevo che il grande di Fucecchio, attaccato da Emilio Fede, fu difeso da Paolo Bonaiuti, allora vicedirettore vicario del "Messaggero" (e poi portavoce di Berlusconi). Bonaiuti disse: si tratta di "una lezione di intolleranza" che, per le sue "lontane tentazioni da Minculpop", lascia "sbigottiti".

L'ultima segnalazione in home page del mio blog è del 27 aprile. Di acqua sotto i ponti ne è passata. Forse l'alluvione ancora no. E come suggerisce Barbara Spinelli, cerchiamo di restare svegli per non farci fregare la democrazia sotto gli occhi dalla "mala informazione".

[17.05.2009, anno IV, post n. 142 (862), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Sabato 16 maggio 2009
Non siamo inglesi, annotavamo ieri non certo per vantarcene. Stamani sul "Corriere della Sera", Paola De Carolis ha spiegato come nel Regno Unito è nato lo scandalo dei rimborsi spese. Che il corrisponde da Londra dello stesso quotidiano, Fabio Cavalera, definisce così: "Un campionario di furbizie per mettere sul conto delle casse pubbliche i vizi, i capricci e le quotidiane necessità personali dei rappresentanti del popolo".

Paola De Carolis osserva che lo scandalo non sarebbe forse venuto mai alla luce senza l'intervento di una giornalista, Heather Brooke, messasi in moto cinque anni fa, quando cominciò a scrivere un libro, "Il vostro diritto a sapere".

Blog_heater_brooke "Heather è stata l'eroina della vicenda dall'inizio", ma lo scandalo è scoppiato quando al "Daily Telegraph" è "stato offerto un dischetto, un dossier completo per il quale il giornale ha pagato profumatamente". Sullo sfondo, c'è la Camera dei Comuni che "ha fatto di tutto per celare le informazioni che dovrebbero essere alla portata di tutti", spiega la stessa Heather Brooke.

Da Londra arrivano le ultimissime sull'Italia. Il "Times" ieri ha pubblicato le dieci domande di "Repubblica" al capo del governo, che il quotidiano inglese ha definito "furioso" per gli interrogativi "posti sulle teenager". Il "Times" oggi pubblica un servizio da Napoli in cui si parla della fanciulla in fiore e della sua famiglia.
Il padre ha detto di non essere stato l'autista di Craxi, e che l'incarico è stato indicato con parole attribuite a Berlusconi, ma non pronunciate da Berlusconi.
La mamma ha confidato di aspettare da Berlusconi per la figlia quella carriera che Berlusconi  stesso non ha potuto offrire a lei dopo che lo aveva conosciuto negli anni Ottanta.

Se vale la teoria delle "vite parallele" anche tra nazioni lontane nei costumi, dopo il dischetto che ha fatto scoppiare lo scandalo londinese dei rimborsi spese, c'è da temere l'arrivo di un analogo aggeggio per le vicende napoletane del nostro premier.

Intanto (a proposito...) va registrata una confidenza di Francesco Cossiga al "Corriere della Sera", citata da Francesco Verderami: sulla storia di Casoria, quella della fanciulla in fiore (e di sua madre in attesa di una carriera per lei...), Berlusconi pensa di essere "stato attirato in una trappola". Ma non si riferisce né alla sinistra né ai giornali quando parla di "congiura". "No, lui pensa ad altro".

Il sorriso sornione che immaginiamo stampato sul volto di Cossiga mentre pronuncia queste parole, può far pensare "ad altro", nel senso di quei servizi che una volta si chiamavano deviati, e dei quali l'ex capo di Stato si vanta di essere un buon conoscitore?

Comunque, sullo stesso foglio milanese, Angela Frenda da Emilio Fede ha appreso che la fanciulla in fiore era stata bocciata nella selezione delle "meteorine" per il TG4 non a causa di insufficienza toracica ma linguistica: non sapeva parlare come invece si richiede alla ragazze che Fede assume per il pregevole ruolo.

Da Mosca il premier oggi definisce colpevole l'atteggiamento dei media e del Pd per la questione della crisi economica. Il suo momento peggiore è stato superato già.
Quando? Putin non lo dice ma lo pensa: nel giorno in cui alla fanciulla in fiore il caro compagno Silvio ha regalato il gioiello da seimila euro. Peccato che quel reazionario di Ghedini abbia detto in tv che "seimila euro per Berlusconi non equivalgono certo a seimila euro per un comune mortale". Con ciò l'on. avv. Ghedini ha negato uno dei capisaldi della politica del re di Arcore: tutti i sudditi sono uguali davanti alla legge. Dietro ad essa, un po' meno.

[16.05.2009, anno IV, post n. 141 (861), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Venerdì 8 maggio 2009
Sorriso "Voglio fare l'attrice. Oppure la ballerina. Oppure la parlamentare alla Camera". La fanciulla in fiore ha idee chiare.

Ma forse la confusione del suo progetto esistenziale nasce da un equivoco, frutto di una scuola statale imperfetta. La Camera a cui molte ragazze pensano è fortunatamente soltanto quella da letto. E la fanciulla in fiore dev'essere stata informata male.209090-noemi1

C'è tempo perché grazie alle alte protezioni di cui gode, riesca a distinguere la Camera dal Senato e persino dalle volgari alcove con musica da camera.

[08.05.2009, anno IV, post n. 132 (852), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Domenica 3 maggio 2009
Larioberlusconi L'Italia, con angosciante chiarezza ha confidato a qualcuno la moglie del capo del nostro governo, è il Paese che tutto giustifica e tutto concede "per una strana alchimia" che impedisce stupore e scandalo.

Un Paese (aggiungo) che non stupisce, perché ha allevato sempre gli Arlecchini servi di due padroni. Si è retto sulle indulgenze plenarie. Si è giustificato accusando le vittime di non aver anticipato con una mossa furba l'azione dei violenti che le hanno colpite.

E' un Paese in cui il mito ha alimentato l'educazione, a partire dal Balilla mussoliniano sino ai "pioneri" del pci.

Il mito al posto del "dubbio" metodico che avrebbe dovuto suggerire ai potenti di turno di diffidare del loro stesso potere. Non per timore di perdere la poltrona, ma per quello di fare la figura dei fessi davanti allo specchio, la sera prima di andare a letto. Nel silenzio di un esame di coscienza ingrato ma inevitabile.

Oggi certe uscite mentali abusivamente definite pensieri, sono usate negli spettacoli televisivi per riempire i programmi. Sono spacciate per cose originali, piene di significato.

Ahinoi, spesso e volentieri sono soltanto certificati di appartenenza alla banda che gestisce il potere.
Si diceva una volta contro certi tipi da sottogoverno, che per mangiare al tavolo di quel potere, bisogna almeno sapere tener in mano le posate.

Oggi siamo non scesi in basso ma saliti al vertice della sincerità estrema. Tanto gratuita da renderla innocua ma persino troppo banale. E quando una verità è banale, è la sua negazione, la sua condanna: diventa la cartina di tornasole che la stupidità si fa regola, perché manca l'intelligenza di saper costruire qualcosa di positivo.

E tutto ciò avviene anche grazie a quella "strana alchimia" che la consorte del nostro capo di governo, denuncia per annunciare che intende divorziare da un marito che accusa con gli intimi di "frequentare le minorenni". Stando alla "vulgata" apparsa stamani su "Repubblica" per firma di Dario Cresto Dina.

Miriam Bartolini spiega che appunto "per una strana alchimia" all'imperatore suo marito tutto è permesso.

Lo dice con un disgusto che avvilisce non per colpa sua, ma per il contesto in cui quell'affermazione cala pesante come la lama di una ghigliottina.
Ne vedremo gli effetti. E tra qualche decennio gli storici potranno raccontare qualcosa che rassomiglia a dei drammi per il momento vissuti come commedia. E non soltanto per colpa del marito della signora Bartolini.

Non è squallido mai il peccato, come lo disegnano i moralisti, pronti a tutto poi per giustificare quello personale.

E' squallido il modo di vivere dei potenti, come se dagli altri fosse loro tutto dovuto ("credere, obbedire, combattere").

La signora Bartolini non per nulla usa il termine "imperatore" non tanto per offendere il consorte quanto per deridere la folla di consiglieri che lo circonda.

Blog_bartolini_maggio09 Folla di moralisti, avvezzi ad alzare il ditino come Capezzone, per ammonire il dissenso altrui a tornare sulla retta via.

Ma che dicono i moralisti di governo adesso che il dissenso si sviluppa pure in famiglia? Non cambiano registro, offendono la signora Bartolini, le dicono che anche lei è stata un'attricetta semisvestita, in arte Veronica Lario. Come se fosse un'esponente dell'opposizione da far arrossire nel salotto di Bruno Vespa.

Quasi fosse una di quelle signore antigovernative che abitano il Parlamento e sono pure malvestite e maleodoranti. Come le ha chiamate il signor Berlusconi, per difendere le colleghe eleganti e profumate del suo partito. Dopo essere stato costretto dalla consorte a cancellare le "veline" vagamente discinte dalle liste per le elezioni europee.

I cortigiani del potere, di ogni potere, non soltanto di quello dell'imperatore di Arcore, sono come quel padre teatino di Modena di cui si legge in un passo del bellissimo libro di Paolo Lombardi ("Streghe, spettri e lupi mannari"), che riprende "le sagaci ricerche di Giovanni Romeo" (p. 101).
Quel teatino, Geminiano Mazzoni, nel 1610 "finì sotto processo per aver tentato di esorcizzare alcune monache attraverso la manipolazione dei loro genitali".

L'operazione è ripetuta oggi, per esorcizzare la Sinistra: la manipolazione avviene, e lo dice a tutti non un avversario del capo del governo, ma la sua (ancora per poco) consorte.

Costretta infine a confidare che inutilmente ha "cercato di aiutare" il marito, implorando "coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene".

Ma quei consiglieri dell'imperatore di Arcore non hanno potuto far altro che recitare l'eterna parte di suggeritori di consenso, perché le vie dell'inferno si aprono con la porta del dissenso. Mica con le parole di una diciottenne qualsiasi, ma capace di far infuriare la moglie del primo ministro. Umiliata dagli amici di Arcore, a testimonianza che ormai la Politica in Italia è soltanto un abuso mentale. Pericoloso al punto che appunto se ne deve fare a meno, se a far crollare certi muri del Palazzo sono le liti casalinghe, per quanto dignitose ed inevitabili. Ma come diceva qualcuno in passato, le astuzie della Storia non finiscono mai.


In archivio, in questo blog:

31.03.2007, "Dignità è donna. In politica".

Brambilla 04.10.2007, Veronica, Veltroni e Silvio: e quella lettera a Scalfari del 31 gennaio... («Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque"»

09.05.2008, «...  la signora Veronica Lario in Berlusconi ha giustificato la sua assenza dalle cerimonie pubbliche con una di quelle frecciate al curaro che prima o poi producono il loro effetto micidiale: le mogli debbono restare "tranquillamente nell'ombra". Aggiungendo: "Mio marito può portare sotto i riflettori della politica la Brambilla".»

Senodipoi2_209.08.2008, "Col seno di poi": «Sul "Corsera" Maria Latella che bene conosce Veronica Lario (a cui nel 2004 ha dedicato una biografia "autorizzata", "Tendenza Veronica"), attribuisce a quest'ultima una battuta pungente al punto da apparire autoconsolatoria. Il cavaliere ha indispettito varie volte la consorte. Il farsi ritrarre felice assieme a lei può aver rattristato, secondo la signora Lario, quanti speravano in un loro divorzio. Proprio la presenza insolita della signora Lario sulla scena dell'attualità, induce Maria Latella a scrivere che se "la casalinga di Macherio" ha lasciato il suo eremo, "una qualche sostanza ci dev'essere".»

23.01.2009, "Veronica licenzia Veltroni".

05.03.2009, "Sorbona".Carfagna


[03.05.2009, anno IV, post n. 121 (841), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Domenica 26 aprile 2009
Blog_onna_25aprile Parlare oggi del 25 aprile 1945 senza ricordare il contesto internazionale di allora, è un esercizio retorico da populismo sovietico.

Gli alleati tra l'ottobre 1944 (conferenza di Mosca) e l'appuntamento di Yalta (4 febbraio 1945), dividono l'Europa in sfere d'influenza. L'Italia è posta in quella "americana".

Ad Yalta s'incontrano Roosevelt, Stalin e Churchill, quattordici mesi dopo la conferenza di Teheran (28.11-2.12.1943). Qui si erano decisi lo sbarco nel nord della Francia e l'avanzata sul fronte italiano sino ad una linea Pisa-Rimini.

Dopo Yalta, l'Italia non poteva cambiare campo. Lo raccontano le storie pubbliche e segrete (vedi "Gladio").
Immaginare oggi altre ipotesi, significa ignorare colpevolmente la Storia politica e diplomatica del mondo.
Il 30 aprile 1945, mentre i russi entrano a Berlino, Hitler si uccide nel bunker sotterraneo dove era stata trasferita la sede del governo tedesco. La Germania chiede la resa. Nella notte fra l'8 ed il 9 maggio finisce la guerra europea. Il conflitto continua in Estremo Oriente, con il Giappone isolato ma ostinato.

Le discussioni del giorno dopo il discorso di Berlusconi ad Onna, sono centrate (per dirla parole di Eugenio Scalfari da "Repubblica"), sul passo in avanti compiuto con il riconoscimento della Resistenza, e sul passo indietro "verso il populisno autoritario".

Ma quel passo in avanti (con la consapevolezza che la nostra Costituzione è frutto della Resistenza), finisce per essere qualcosa di equivoco.
Berlusconi ha parlato delle minacce del totalitarismo sia di ieri sia di oggi, ignorando appunto il contesto internazionale (Yalta) che ha impedito a quel totalitarismo di affacciarsi sulla penisola. Non sono stati bravi gli italiani a restare democratici, sono stati i tre Grandi, in tempi duri e difficili, a metterci nella condizione di esserne immuni.

Questo dimenticare la Storia è tipico del populismo di ogni latitudine. E di chi in suo nome vuole "riscrivere" la Storia per offrircene un'interpretazione diversa da quella che deriva dai fatti. A proprio uso, consumo e (soprattutto) utile.
E' l'atteggiamento di chi agisce con un istinto "predone" che lo storico Sergio Luzzatto ha attribuito giustamente a Berlusconi per essersi impossessato del 25 aprile. Con la impudica sfrontatezza di chi ha persino proposto di cambiare il nome di "festa della Liberazione" in quella "della Libertà". Come recita il logoe del partito del premier. Come se quella "Libertà" non fosse nata come è nata nel 1945, ma derivasse da graziosa concessione dei politici attualmente al governo. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

[26.04.2009, anno IV, post n. 120 (840), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Sabato 25 aprile 2009
Blog_onna_25aprile Come quello di Berlino, è caduto anche il muro di Arcore. Berlusconi lo aveva innalzato contro gli oppositori del governo e della sua linea politica. Li aveva definiti "coglioni", in campagna elettorale.

Adesso, alla sua prima uscita pubblica per un 25 aprile, ha cambiato registro.

Le rovine del muro di Arcore sono finite assieme a quelle di un paese dell'Abruzzo terremotato, Onna.
Dove è andato a commemorare l'eccidio del giugno 1944, dopo esser stato a fianco di Napolitano all'altare della Patria a Roma.

Da Onna il premier ha invocato una "democrazia pacificata" arrivando con un ritardo di molti decenni (facciamo sei?) a scoprire che la nostra Costituzione è espressione della Resistenza, è frutto del sacrificio di tante persone che avevano idee politiche diverse, ma erano state unite dalla volontà di liberare l'Italia dal nemico tedesco e dal suo alleato repubblichino.

Berlusconi è arrivato a parlare di "democrazia pacificata" perché lo hanno "convinto" sia Napolitano sia Ciampi con i loro pubblici interventi.
Il presidente della Repubblica Napolitano oggi ha rappresentato la memoria. Il capo del governo è stato invece costretto a riverniciare il proprio passato con un'operazione che, purtroppo, appare essere frutto soltanto di strategia elettorale.

Ha dovuto pronunciare la parola "partigiani". Ha citato il 18 aprile come vittoria della tradizione liberale e cristiana, candidandosi (lo aveva già fatto in passato) ad ideale erede di De Gasperi. Tra i resistenti ha ricordato pure socialisti e comunisti.

Ha paragonato i nazisti al terremoto, e viceversa, riferendosi al giugno 1944 di Onna ed al dramma di oggi.
Ad Onna la prima vittima fu una ragazza, Cristina Papola. Suo fratello, ultimo testimone della strage, è stato l'altro ieri l'ultima vittima del terremoto.
I tedeschi nel 1944 volevano rubare un cavallo, Cristina Papola si oppose, chiese aiuto. Dopo avvenne la rappresaglia.

A guidare i nazisti, ha raccontato Roberto Pezzopane, 80 anni meno un mese, a Jenner Meletti di "Repubblica", "fu  però un fascista italiano. Scappò dopo la Liberazione, non è mai più tornato".

Il premier ha pronunciato la formula di "democrazia pacificata". Ma non sa forse che la parola pacificazione ha radici lontane.

Il 2 agosto 1921, Mussolini cercò invano di eliminare dal suo partito le punte estremistiche ed eversive dello squadrismo agrario, e propose un patto di pacificazione col partito socialista e con i sindacati, che durò soltanto fino a novembre.

1943. A Ferrara il federale Igino Ghisellini "propone un accordo con i partiti antifascisti" e "concorda una tregua tra le parti".
La sua è una "posizione tollerante" che si scontra con la linea dura di Pavolini, Farinacci, Ricci e Mezzasoma.

A rimetterci è lo stesso Ghisellini: egli avrebbe voluto portare al congresso del pfr a Verona (14 novembre 1943) il suo progetto di pacificazione nazionale, di accordo con i partiti antifascisti e di tolleranza per i protagonisti del colpo di Stato del 25 luglio. Ma proprio quel 14 novembre Ghisellini è ucciso in modo misterioso.
 
Viaggia in auto. Il suo corpo, trapassato da sei colpi di rivoltella, è trovato senza stivali e senza portafogli nella cunetta della strada provinciale che porta al paesino dov'era sfollato.

L'assassinio è attribuito ai partigiani, anche se i carabinieri dimostrano che il federale è stato ucciso da qualcuno che viaggiava con lui.
In seguito si diffonde la voce che Ghisellini è stato ammazzato dai suoi. Lo stesso 14 novembre avviene la vendetta nella città di Ghisellini, a Ferrara, con i tredici martiri del Castello.

[25.04.2009, anno IV, post n. 119 (839), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Lunedì 20 aprile 2009
Montanelli A cent'anni dalla nascita, 22 aprile 1909, che cosa resta di Indro Montanelli nella cultura italiana?

In una vecchia intervista radiofonica riproposta pochi giorni fa da Radio3, egli stesso diceva di aver studiato bene soltanto la Storia (e di non sapere nulla di Diritto, nonostante la laurea in Legge).
La confessione ha un fondamento di verità al cento per cento. Sono sempre stato un ammiratore del Montanelli storico.
A molti cattedratici la definizione fa venire l'orticaria. Comprensibile il fatto, ma la verità va rispettata.

Leggete una pagina qualsiasi dei suoi tanti volumi della "Storia d'Italia", e avrete la prova di uno che non parla a vanvera, è documentato, sa come si studiano gli argomenti. E soprattutto sa rendere simpatica la materia perché ha sempre un taglio preciso nel presentarne gli aspetti più segreti o strani.

Se nei famosi "Incontri" sulla terza pagina del "Corriere", il giornalista Montanelli inventava particolari per creare il ritratto generale del personaggio presentato, le pagine storiche non concedono scorciatoie. Si potranno discutere i giudizi che egli offre, non mettere in dubbio il percorso  compiuto per arrivare ad essi.

La Storia per lui (come autore) è un Olimpio in cui siede pacificamente, rappacificato con se stesso e con la cronaca.
Invece la cronaca è il tormento, è lo scontro, è il torrente che travolge e ridimensiona il protagonista, quell'Indro furioso beatificato, osannato, vituperato e persino "sparato" dal terrorismo.

Se leggiamo la biografia di Montanelli, di cui è apparso da poco il secondo tomo, composta da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci (Einaudi ed.), ci accorgiamo che l'uomo, il cronista, l'imprenditore-direttore sono meno "controcorrente" di quanto li si vuole accreditare. E non per colpa, forse, dello stesso Montanelli.

Ripesco una lettera che Montanelli scrive il 20 ottobre 1949 da Palermo ad un'amica (fonte, Fondazione Montanelli Basso): "Di questo mio viaggio, ti risparmio la parte descrittiva: l'ho già anche troppo sfruttata nei miei articoli, che Gaetanino Afeltra, ieri sera al telefono, ebbe la bontà di definire «esaurienti». In realtà essi non hanno esaurito nulla, perché le cose più importanti ho dovuto, come sempre, lasciarle nella penna".

Il silenzio come dato di fatto, imposto, non è una colpa da fargli. Ma una diagnosi, rivelata a posteriori da lui stesso. C'est la vie. Nulla di cui scandalizzarsi.

Nel secondo tomo dell'opera di Gerbi-Liucci, si ricostruisce tutta la storia dei rapporti fra Montanelli e Berlusconi. Chiusi dal "clamoroso divorzio" (p. 229).
Non è più una storia personale, diventa l'affresco della politica italiana. Con il più conservatore dei grandi giornalisti italiani, letteralmente schiacciato dall'apparato economico del suo proprietario-padrone.

Dentro questo apparato, appare un Emilio Fede "tra il mellifluo e il sarcastico" (p. 225) che la sera del 6 gennaio 1994 dal "TG4" invita Montanelli "a dare le dimissioni, visto che il rapporto fiduciario con il suo editore è ormai venuto meno", come osservano Gerbi-Liucci.

Paolo Bonaiuti, allora vicedirettore vicario del "Messaggero" (e poi portavoce di Berlusconi), attacca Fede e difende Montanelli: si tratta di "una lezione di intolleranza" che, per le sue "lontane tentazioni da Minculpop", lasciava "sbigottiti".

Vien da ridere nel leggere tutto ciò, ben documentato e messo in pagina da Gerbi-Liucci.
Ma viene anche un fitto velo di tristezza nel sentir parlare (p. 191) dei due "abboccamenti clandestini" avuti da Montanelli con Licio Gelli. Agli autori ne risultata soltanto uno (p. 148), il 24 settembre 1977 in un albergo romano.
L'altro è ammesso dallo stesso Montanelli nel diario dell'anno successivo, dove registra la promessa fatta da Gelli di intervenire su Roberto Calvi, capo del Banco Ambrosiano.

Gelli successivamente (p. 214) dichiara che i soldi dati a Montanelli dall'Ambrosiano (300 milioni), sono merito suo.
"Indro aveva ammesso il finanziamento, ma negato l'intermediazione di Gelli [...] Quest'ultimo era stato condannato a pagare 45 milioni al giornalista" (p. 214, nota 22).
Era il novembre 1992. Nello stesso mese, Montanelli scrive che Berlusconi, il proprietario del "Giornale", "fu iscritto alla P2, ma da privato cittadino". (Nel 2001, il 25 marzo, Montanelli definisce Berlusconi  come persona affetta da "allergia alla verità", e da "voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna" che riesce a pronunciare con assoluta "naturalezza".)

Tutti i conti tornano, nel discorso giornalistico di Montanelli. Battezzato, nel titolo di questo secondo tomo biografico di Gerbi-Liucci, come "l'anarchico borghese".
Una definizione contraddittoria, spiegano gli autori (p. XI), ma in sintonia con quanto Montanelli diceva di sé ai suoi lettori. Pensando di essere la reincarnazione di quella "Destra storica" di Cavour e Quintino Sella (p. XIII) che fu un miraggio od un'illusione alimentata soltanto dal sogno di far resuscitare in Italia uno Stato laico.

[Del primo volume
di Gerbi-Liucci abbiamo parlato nel post "Montanelli, il bugiardo".]

[20.04.2009, anno IV, post n. 115 (835), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Giovedì 16 aprile 2009
Poster_bologna Il potere rende sadici, o i sadici vanno al potere?
Per essere informati da poche semplici notizie, ci obbligano a frequentare trasmissioni pericolose per la salvezza della nostra anima come quella (la trasmissione, non l'anima) di Santoro.
"Sant'oro quanto pesa" lo chiameremmo per attestarne il successo economico, se non temessimo di essere considerati sfrontati.
Per difenderci potremmo dire che l'antipatia che suscita Santoro, è pari a quella che provoca il Bruno Vespa di provata fede "ufficiale". Per non dire piattamente governativa.

Teologicamente la nostra (eventuale) dannazione dipende soltanto da chi ci costringe a cibi insulsi e riscaldati. Ed alla conseguente evasione peccaminosa in terra santoriana.
Vediamo invece quante informazioni "pericolose" passa il convento cartaceo. Sul quale dovrebbe calare scomunica analoga a quella che scende sui programmi televisivi di Santoro o Gabanelli.

Bologna. Un seminario (comunale) sulla violenza alle donne è annunciato da un manifesto che ripropone un'immagine del 1944 (nella foto da "Repubblica" di Bologna). Un (soldato) negro che afferra l'italica donna di pura razza ariana. Il testo: "Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia".Gelli_zeri
Potere sadico? O piuttosto ingenuo se non peggio. Il sistema tv "Lepida" regionale dell'Emilia si pubblicizzava mandando un onda uno spot in cui appariva persino Lucio Gelli. Adesso lo hanno sostituito con Federico Zeri. Ed una didascalia sull'illustre critico d'arte.
(Fonte foto.)

Ieri "Repubblica" ha rivelato le leggi "ad aziendam" del governo: nello specifico per blindare "(anche) Mediaset da eventuali scalate".

Cinque giorni prima del terremoto in Abruzzo, un verbale ufficiale registra: "La comunità scientifica conferma che non c'è pericolo".

Dieci anni fa una mappa della vulnerabilità suggeriva interventi anche in Abruzzo. Era in un dossier dell'allora capo della Protezione Civile, Franco Barberi.
Ne parlano oggi il "Corriere della Sera" e "La Stampa". Qui Guido Ruotolo conclude il servizio con la domanda: "Cosa è stato fatto dal 1999, anno in cui è stato realizzato il dossier Barberi, a oggi?".
La stessa domanda posta da Santoro o da Gabanelli ne avrebbe decretato la decapitazione. Il mezzo è l'oltraggio?

Il Potere che azzanna Vauro per una vignetta (Gramellini si dichiara esterrefatto) non salva se stesso dal ridicolo. Dieci anni sono passati invano. E' reato chiedere perché, a quel Potere di ieri e di oggi?

[16.04.2009, anno IV, post n. 112 (832), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Martedì 14 aprile 2009
Blog_terremoto“Ci vorrebbe un cambiamento di rotta radicale che non vedo probabile”. Così si può sintetizzare il parere di un esperto in materia, l’architetto Loreto Giovannone, al quale ho rivolto in esclusiva per questo blog tre domande: sono stati troppi i morti in Abruzzo per un terremoto di media intensità, perché gli edifici crollano, che cosa fare oggi per cambiare il domani in materia di prevenzione?

L'intervista si legge in questa pagina speciale.

[14.04.2009, anno IV, post n. 110 (830), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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Martedì 14 aprile 2009
Blog_santoro_14_04_09 Grande gelo attorno ad "Anno zero" ed a Michele Santoro per la trasmissione di giovedì 9 aprile, dedicata al terremoto in Abruzzo.

L'on. Cicchitto sostiene che Santoro vuole destabilizzare il quadro politico.
Due ipotesi. Santoro ha torto marcio ed allora Cicchitto inventa  un caso politico per mettere il bavaglio all'informazione. Se infatti "Anno zero" ha detto balle, Santoro si è scavato la fossa sotto i piedi da solo non destabilizza il governo ma soltanto se stesso e la sua squadra. Basterebbe querelare lui ed i suoi colleghi, attendere con pazienza la sentenza del giudice e nel frattempo sospenderlo e poi cacciarlo. Un Santoro sospeso e silente forse è più destabilizzante di quando parla.

Seconda ipotesi. Santoro ha ragione per la sua tesi che non è riuscito a far comprendere ai governativi che lo contestavano. Ovvero che è mancata la prevenzione in una città che ballava da mesi. E che la protezione civile fa troppe cose, tra cui organizzare i grandi eventi come il G8 in Sardegna.

Se Santoro ha ragione, le cose non si mettono bene per l'Italia. Perché la protesta di Cicchitto significa soltanto che al di fuori del "pensiero unico" del governo non è lecito dire altre cose. La vera posta in gioco, come ha detto Giuseppe Giulietti, è l'informazione libera.

Ha ragione Emma Bonino: "Non sono una grande estimatrice di Santoro ma non capisco cosa gli si contesta". In mezzo alla confusione che si è creata attorno alla trasmissione di giovedì scorso, l'unico che possa ringraziare il governo è Di Pietro, passato all'incasso in mezzo alle titubanze del Pd.

Blog_zavoli_santoro E' vero che Sergio Zavoli ha difeso Santoro, come si legge stamani su "Repubblica" (bisogna "dar voce a istanze diverse"). Però il neo presidente della Vigilanza ha fatto anche questa enigmatica aggiunta: la Vigilanza "sarà del tutto legittimata a esprimere un giudizio e, se del caso, un indirizzo non censorio, ma più vincolante che in passato".
Censura, ovviamente è una parola oscena che Zavoli scarta. Ma quell'accenno ad un "indirizzo più vincolante che in passato" sa molto da editto. Se non bulgaro all'amatriciana.

A Zavoli e c. consiglierei la lettura del fondo di Bernardo Valli sulla stessa "Repubblica" di oggi, dedicato alle critiche che la stampa straniera rivolge al governo italiano, ed alle reazioni stizzite per via diplomatica di quest'ultimo.
Ne ha parlato ieri "Le Monde" con un pezzo di Philippe Ridet: "Depuis un mois, le Palazzo Chigi, siège de la présidence du conseil, rectifie toutes les informations qu'il croit offensantes pour l'Italie et les Italiens dans les journaux étrangers".
Ridet spiega che ci sono quattro cose che impediscono di fare l'elogio dell'Italia: mafia, inefficienza dello Stato, xenofobia della Lega "et les mauvaises blagues de Silvio Berlusconi", gli spropositi verbali del nostro premier.

E' difficile dare torto ad una siffatta analisi, a meno che non si sia sostenitori di quel "pensiero unico" che si vuol imporre all'informazione, e che potrebbe portare, con la benedizione zavoliana del Pd, ad un "indirizzo più vincolante che in passato"  per le trasmissioni televisive.

[14.04.2009, anno IV, post n. 109 (829), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

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